Il gioco del silenzio

DocuFilm | Italia/Svizzera | 80minuti

Nato e cresciuto al Nord, Vincenzo De Caro è vissuto nel mito della Sicilia trasmesso dalla sua numerosa famiglia. Un’origine tanto onnipresente nei racconti, nei gesti, nei sapori e nelle tradizioni, quanto irraggiungibile: nessuno di loro è mai tornato sull’isola. All’età di 20 anni Vincenzo scopre il perché: Gaspare Mutolo, autista di Totò Riina, pluriomicida di Cosa Nostra e poi collaboratore di giustizia, è un loro parente. È suo zio. Vincenzo scopre altre verità nascoste: suo nonno, Vincenzo De Caro, alla Mafia aveva detto “no”: collaborando con Falcone e Borsellino aveva salvato la sua famiglia entrando nel Programma di Protezione, condannandola allo stesso tempo ad abbandonare per sempre la Sicilia.
Il tentativo di rompere il muro di silenzio e vergogna che circonda da sempre la sua famiglia si infrange contro paure e rifiuti: molti dei suoi familiari non vogliono o non possono più liberarsi del peso di verità che, per decenni, hanno nascosto a tutti. Per andare al cuore della storia della sua famiglia, Vincenzo si spinge fino al punto più oscuro e controverso: incontra Gaspare Mutolo, che proprio in quel momento decide di uscire dal Programma di Protezione e sfidare platealmente la Mafia. Ma la lotta di Vincenzo è un’altra. Vuole dare voce a chi non l’ha mai avuta: a suo padre Salvatore, a sua nonna Giacomina, ai suoi zii e fratelli, a tutte quelle persone innocenti, familiari dei pentiti, costrette ad abbandonare tutto – casa, amici, la propria identità – senza mai potersi guardare indietro. Per ridare dignità a chi, pur non avendo colpe, ne ha portato silenziosamente il peso per tutta la vita. Dopo quarant’anni di silenzi e di rimozioni è forse arrivato il tempo per la sua famiglia di riconquistare quella libertà che sembrava perduta per sempre

Regia di: Vincenzo De Caro
Produzione: Ameuropa International - Aura Film
in collaborazione con: RoadShine Production - Rai Cinema
Direttore della Fotografia : Vincenzo De Caro
Soggetto: Andrea Angaroni - Vincenzo De Caro
Sceneggiatura: Andrea Angaroni - Michelangelo Garrone - Vincenzo De Caro
Montaggio: Michelangelo Garrone                            
Tipologia: Documentario
Durata: 80 minuti

RICONOSCIMENTI
:
- Festival Internazionale del Cinema di Roma: Special Screening

Il viaggio del film

Ho sempre avuto attorno una grande famiglia. Non sono mai mancate le feste, le tradizioni, gli insegnamenti e lo stare insieme. Avere sempre vicino non solo i miei genitori, ma anche nonni, cugini e zii mi ha trasmesso la ricchezza e il calore che solo le grandi famiglie allargate sanno trasmettere. Percepivo una sorta di “diversità” rispetto all’esterno, ma ero così innamorato del nostro modo di essere, da non darle troppo peso. Fin da bambino però avevo intuito nella mia famiglia la presenza di un “segreto”: in mezzo a tante storie e racconti divertenti, ogni tanto compariva qualche ricordo o personaggio più oscuro. Non riuscivo a decifrarli bene, ma ricordo che mi sforzavo di capire. Poco dopo i 20 anni ho scoperto quasi per caso che Gaspare Mutolo era un nostro parente, captando indizi e frasi qua e là. Credo che mio padre a modo suo provasse ad accennare qualcosa, senza però mai affrontare direttamente l’argomento. Ho iniziato a fare ricerche su internet e la parte più dolorosa non è stata scoprire che avevo come parente un mafioso di quel calibro, ma vedere cambiare improvvisamente il significato che la Sicilia aveva per la mia famiglia. Gaspare e la sua realtà mi sembravano troppo lontani dalla mia vita e da noi, ma la Sicilia, che per tutta la mia infanzia era stata una terra mitica, quasi magica, che un giorno forse avrei finalmente potuto conoscere, all’improvviso diventava teatro di un incubo. Riaffioravano così gli stereotipi e i pregiudizi che avevo sempre respirato intorno a me, insieme alla paura di non poter più parlare con orgoglio delle mie origini e di essere giudicato, soprattutto dai siciliani. Avevo letto Cose di Cosa Nostra di Giovanni Falcone e mi aveva colpito il suo insegnamento sul fatto che la mafiosità non debba essere mai considerata come qualcosa di estraneo, lontano da noi, perché è un atteggiamento umano, che può manifestarsi anche nella vita quotidiana senza aver nulla a che vedere con la mafia. Per me è stato illuminante, perché ci rivedevo il luogo in cui ero cresciuto. Avevo sempre avuto la sensazione che al Nord, per la maggior parte delle persone intorno a me, mafia e mafiosità fossero problemi lontani, qualcosa da guardare dall’alto verso il basso, che riguardavano sempre qualcun altro. Purtroppo, dopo la scoperta di Gaspare, per un po’ mi sono convinto che alla fine fosse vero… riguardavano davvero qualcun altro.
Nel 2015 mi sono trasferito a Roma e il vero shock è arrivato quando ho trovato un articolo di giornale su mio nonno Vincenzo. Non su Gaspare. Su mio nonno. Era salito sul Colosseo per protestare contro il modo in cui i pentiti venivano trattati. Fino a quel momento potevo ancora pensare a Gaspare Mutolo come a una figura lontana dalle persone che mi avevano cresciuto. Mio nonno invece era stato uno dei pilastri della mia infanzia. Ciò che mi ha fatto più rabbia, però, è stato scoprire solo allora che mio nonno e mia nonna quella realtà l’avevano sempre rifiutata e avevano lottato per salvare tutti. Anche ciò che mi era sembrato più difficile da comprendere assumeva un significato diverso: nonna aveva cresciuto da sola sei figli in piena povertà, con un marito in fuga e un fratello coinvolto in Cosa Nostra come uomo di fiducia di Totò Riina. Persino il fatto che mio nonno fosse arrivato a rubare, per disperazione, era la conseguenza di una situazione molto più complessa e drammatica. Non ho mai avuto la possibilità di parlarne con mio nonno. Forse per paura, forse perché non ero ancora pronto. Poi purtroppo si è ammalato ed è morto. Penso che se avessi conosciuto prima quelle verità, avrei potuto affrontare tutto in maniera molto diversa. È in quel momento che nasce davvero l'idea del film. È stato fondamentale il confronto con persone esterne alla vicenda: i miei amici di sempre, i miei colleghi in Roadshine Production, Marco Scuotto e Marco Conte, gli altri due autori del film, Andrea Angaroni e Michelangelo Garrone, e tutta la produzione del film, a cui mi sono rivolto proprio perché sapevo che avrei trovato la sensibilità di cui avevo bisogno. Il dialogo con loro mi ha aiutato a distinguere ciò che era realmente mio da ciò che avevo ereditato e, soprattutto, a capire che il silenzio non era l'unico modo possibile per proteggere la mia famiglia. Aprirmi alla famiglia è stata la cosa più difficile. Per mesi sono stato sul punto di cedere. Mi svegliavo pensando: “Ma cosa sto facendo?” Mia nonna, i miei genitori e mia zia Nina hanno capito la necessità di andare fino in fondo, il bisogno comune di liberarci di questo peso e, come dice sempre mia nonna, “lasciare un’impronta pulita”, ma non nascondendoci, aggiungo io: raccontandoci. Sono serviti cinque anni per arrivare al montaggio finale e praticamente tutta una vita per arrivare dove sono oggi.